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| LA NATIVITA' E L'ANNUNCIO AI PASTORI (1288-1290
ca) Navata Basilica superiore Lato sud. Seconda campata
da ovest. Registro superiore. Maestri romani e "di cantiere"
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Descrizione dell’affresco
La composizione dell’affresco segue nelle sue linee
essenziali la tradizione bizantina. Maria, avvolta in un mantello
verde sopra una tunica marrone, è distesa su un drappo
bianco, riccamente decorato. La sua figura domina il centro
del quadro. Un po' più in alto, lateralmente, si scorge
in una grotta una mangiatoia a basamento di pietra antiquato,
nella quale giace il bambino Gesù. Dietro a lui sono
dipinti un bue e un asino, con la testa rivolta in giù,
verso la mangiatoia. Grotta e montagna ricordano nella loro
forma una tenda appuntita, munita di una piccola apertura
che permette di guardare nell'interno. Giuseppe è seduto
a sinistra, all'estremità inferiore della scena, la
testa appoggiata sulla mano sinistra, in atteggiamento pensieroso.
Nell'angolo destro sono dipinti due pastori, vestiti di una
corta tunica, con le loro pecore. Al di sopra di questa scena
si scorgono quattro angioletti: due tengono lo sguardo verso
l'alto, mentre gli altri due scendono verso il Bambino che
con la mano additano ai pastori, tenendo in mano una striscia
con la scritta ben leggibile: « Annuntio vobis».
Stato di conservazione
E’ l'affresco meglio conservato fra tutti quelli del
Vangelo dell'infanzia, e deve questo buono stato di conservazione
al torrione laterale, che s'innalza proprio in questo punto,
e che l'ha protetto dall'opera distruttiva dell'umidità.
Confronto col testo biblico
Il testo biblico, che ci ha tramandato la nascita di Gesù,
contiene pure indicazioni esatte riguardo la data di questo
evento: «In quel tempo fu emanato un editto da Cesare
Augusto per il censimento di tutto l'impero. Questo primo
censimento ebbe luogo quando Quirino era governatore della
Siria. Tutti andavano a farsi iscrivere, ciascuno nella propria
città.
Anche Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città
di Nazaret, per recarsi in Giudea, nella città di Davide
chiamata Betlemme, perché egli era della casa e della
famiglia di Davide, per farsi iscrivere con Maria, sua sposa,
che era incinta. Mentre si trovavano là, si compirono
i giorni in cui ella doveva partorire, e diede alla luce il
figlio suo primogenito; lo avvolse in fasce e lo adagiò
in una mangiatoia, perché all'albergo per loro non
c'era posto.
Vi erano in quella regione dei pastori che pernottavano in
mezzo ai campi per far la guardia al proprio gregge. Ora,
un Angelo del Signore apparve loro, e la gloria del Signore
li avvolse di luce, sicché furono presi da un grande
timore. Ma l'Angelo disse loro: "Non temete; ecco, vi
porto una lieta novella che sarà di grande gioia per
tutto il popolo; oggi vi è nato nella città
di Davide il Salvatore, che è il Messia, il Signore.
Questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto
in fasce, adagiato in una mangiatoia"
Poi subito si unì all'Angelo una moltitudine della
milizia celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a
Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini
che ama”(Lc 2, 1-14).
Il confronto col testo biblico fa risaltare con quale cura
i pittori si siano sforzati di riprodurre fedelmente la scena.
In questo affresco, al posto della stalla, è rappresentata,
seguendo la tradizione bizantina, la grotta. La stalla si
trova per la prima volta nelle opere di Giotto. Un affresco
della Natività, in cui è raffigurata la stalla,
si trova nel braccio nord del transetto, nella chiesa inferiore,
e la maggioranza dei critici lo ha attribuito alla mano di
Giotto.
«La nascita di Gesù dalla Vergine, quale ci è
tramandata dai Vangeli, fu sempre una spina nell'occhio dei
critici. Secondo il loro parere l'analisi delle fonti riduce
al minimo il valore della tradizione neotestamentaria, l'inadeguata
concezione della storia e della storiografia, propria degli
autori biblici, relega questa tradizione sul piano simbolico,
e l'inserzione nella storia delle religioni ne fa la variante
di un mito. L'immediato punto d'aggancio del racconto neotestamentario
riguardante la nascita di Gesù dalla Vergine Maria,
è da ricercare nell'ambito dell'Antico Testamento.
L'annunciazione di Gesù è una nuova creazione.
Dio non è il padre biologico di Gesù Cristo.
Né il Nuovo Testamento né la teologia della
chiesa videro mai in questo racconto, o, per meglio dire,.
negli avvenimenti che costituiscono l'oggetto del racconto,
la causa della divinità di Gesù, la ragione
e la circostanza che fanno di lui il figlio di Dio. Divinità
di Gesù non significa che Gesù è mezzo
uomo e mezzo Dio. Fondamento della fede cristiana fu sempre
la convinzione che Cristo è perfetto Uomo e perfetto
Dio. La sua divinità non implica una riduzione della
sua umanità: questa era la dottrina di Ario e Apollinare,
i grandi eretici della chiesa nei suoi primi secoli di vita.
La chiesa insegna invece che la divinità di Gesù
non è di ordine biologico – essa non sarebbe
stata pregiudicata neppure se Gesù fosse nato da un
matrimonio normale - bensì di ordine unicamente ontologico.
Non, è un fatto avvenuto nel tempo, bensì nell'eternità
di Dio: Dio è sempre Padre, Figlio e Spirito; la concezione
di Gesù non significa che è nato un nuovo Dio-Figlio,
bensì che Dio come Figlio assume nell'uomo Gesù
la natura della creatura «uomo», ed “ è”
perciò veramente uomo».
In Gesù Dio ha costituito un nuovo inizio nel mezzo
di un'umanità infeconda e privata d'ogni speranza,
un nuovo inizio, che non è il risultato dello sviluppo
e della storia di questa umanità, bensì dono
di Dio. «Se già ogni singolo uomo è in
se stesso qualcosa di indicibilmente nuovo, ben più
che non la somma dei cromosomi ed il prodotto di un certo
ambiente, dunque una irripetibile creatura di Dio - quanto
più è Gesù il “veramente nuovo”,
uscito non dall'umanità, ma dallo spirito di Dio. Per
questa ragione egli è Adamo, per la seconda volta »
(1 Cor 15, 47). Con lui ha inizio una nuova incarnazione.
A differenza di tutti coloro che furono eletti prima di lui,
egli non riceve soltanto lo spinto di Dio, ed è perciò
il compimento di tutti i profeti: il vero profeta… «Fede
cristiana significa in verità (e precisamente l’atto
di fede) che Dio non è prigioniero della sua eternità
e non limitato all'essere puramente spirituale, bensì
che egli ha la possibilità di operare « hic et
nunc », nel mezzo del nostro mondo, e che vi ha già
operato appunto in Gesù, il nuovo Adamo, nato dalla
vergine Maria in forza della potenza creatrice di Dio, il
cui spirito, all'inizio, si librava sulle acque e che dal
nulla ha creato ogni forma di vita».
Di fronte all'affresco della Natività, rappresentante
Maria, la madre di Dio, si trova l'affresco della creazione
d'Eva. « Quale vera figlia di Sion » ''Maria,
non è soltanto simbolo della chiesa, figura del credente,
che soltanto in forza del dono dell'amore - la grazia - può
ritrovare se stesso e raggiungere la salvezza; ella è
anche, fin dai tempi più lontani, la controfigura di
Eva.' Maria è la « porta della salvezza »,
mentre Eva ha causato la chiusura della porta del paradiso.
Perciò si trovano di fronte, in questo ciclo di affreschi,
Eva, la madre dell'uomo, e Maria, la madre di Dio.
P. Gherard Ruf
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| IL PRESEPE DI GRECCIO (1267?-1337)
Navata Basilica superiore.
Lato nord.
Semiparete tra la quarta campata da ovest e la controfacciata.
Registro inferiore
Giotto et alii.
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Descrizione dell'affresco
Il primo piano è separato dallo sfondo da una parete
di marmo (iconóstasi), sormontata a sinistra da un pulpito.
Una croce, sospesa in modo molto interessante, s’innalza
nella parte posteriore della chiesa. Attraverso la porta dell'iconóstasi
entrano numerose donne nel presbiterio. Vogliono partecipare
alla festa del presepe, voluta da San Francesco; ma il leggio,
che s’innalza fra loro e il Santo, impedisce loro di seguire
l'azione.
Francesco, vestito dell’abito del diacono, è rivolto
verso destra e inginocchiato davanti ad una greppia. Tiene fra
le mani il Bambino, avvolto nelle fasce. Un bue e un asino sono
pure presenti, sebbene in proporzioni assai ridotte: sono distesi
davanti alla greppia.
Nel presbiterio, sul lato destro della scena, sotto un’edicoletta
ispirata a un ciborio, un sacerdote celebra la Santa Messa.
Il celebrante ed alcuni frati, raggruppati intorno a lui, tengono
lo sguardo rivolto verso Francesco, mentre altri cantano a gola
spiegata. Il lato sinistro del quadro è occupato da uomini
a capo coperto, vestiti distintamente, e da frati cantori.
Stato di conservazione
Il volto di San Francesco è purtroppo rovinato.
Didascalia
«Quomodo beatus Franciscus in memoriam natalis Christi
fecit praepa- rari praesepium, apportari foenum, bovem et asinum
adduci, et de nativitate pauperis Regis praedicavit, itemque
sancto viro habente, miles quidem vidit puerum jesum loco illius
quem sanctus attulerat».
«Il beato Francesco, in ricordo del Natale di Cristo,
chiese che si apprestasse un presepio, che si apportasse del
fieno, e che si conducessero un bue e un asino; indi predicò
sulla natività del Re povero, e mentre il sant’uomo
era in orazione, un cavaliere vide il bambino Gesù in
luogo di quello che il Santo aveva apportato» (S. Bonaventura,
leg. major, X, 7).
Il racconto trasmessoci da San Bonaventura dice: « Tre
anni prima della sua morte, egli volle celebrare, presso Greccio,
il ricordo della natività di Gesù Bambino, e desiderò
di farlo con ogni possibile solennità, al fine di eccitare
maggiormente la devozione dei fedeli. Perché la cosa
non fosse ascritta a mania di novità, prima chiese ed
ottenne il permesso dal Sommo Pontefice. Quindi fece preparare
il presepio e, in esso, fece portare del fieno e poi anche un
bue e un asinello. Vennero chiamati i frati, vi accorse la gente,
la selva risuonò di tante voci, cosicché quella
santa notte, per lo splendore di tante luci e per i canti sonori
e armoniosi, divenne particolarmente splendida e solenne. Con
grande devozione, l'uomo di Dio se ne stava davanti al presepio,
con gli occhi in lacrime e il cuore inondato di gioia. La Messa
solenne fu celebrata sul presepio e Francesco, levita di Cristo,
cantò il Vangelo. Poi predicò ai fedeli presenti
sul mistero della Natività del Re divino, fattosi povero
per noi, e che egli, per la grande tenerezza del suo amore,
nel nominarlo, chiamava “il Bambino di Betlemme”.
Un cavaliere di grande virtù e degno di fede, il signor
“Giovanni da Greccio”, il quale, per amore a Gesù
Cristo, aveva abbandonato la milizia del secolo ed aveva stretto
grande amicizia con l’uomo di Dio, asserì poi di
aver visto quella notte un bellissimo bambinello dormire in
quel presepio e il santo Padre Francesco che, stringendoselo
al petto con tutte e due le braccia, sembrava che cercasse di
svegliarlo dal sonno ».
L’affresco della « preghiera efficace » di
Francesco, che crea la premessa della predicazione di pace nel
senso neotestamentario, è seguito dall’affresco
rappresentante il Natale di Greccio. Ricordiamo ciò che
Francesco dice della preghiera: «Se il corpo ha bisogno
di quiete quando prende il suo cibo, pur essendo l'uno e l’altro
destinato a diventare pasto dei vermi, con quanta maggior pace
e tranquillità non deve l’anima ricevere il suo
cibo di vita?».
La preghiera lo spinge a celebrare il Natale come festa dell’incarnazione
di Cristo, offerta di pace fatta da Dio all'uomo. E grazie alla
potenza della sua preghiera raccoglie ed unisce in uno stesso
luogo le diverse classi sociali.
Perciò l’affresco non è soltanto la riproduzione
fedele di ciò che avvenne a Greccio, il suo significato
va oltre: la barriera del coro è abbattuta. Uomini, donne,
frati, sacerdoti celebrano insieme, non più separati
secondo il loro stato sociale, la festa della Natività
di Gesù. E’ la festa, in cui gli Angeli avevano
cantato: « Gloria a Dio nell'alto dei Cieli e pace in
terra agli uomini che ama!».
Così nella quarta campata, sotto gli affreschi di Giuseppe
ebreo, esempio di pace fra gli uomini, sono collocati gli affreschi
di San Francesco che celebrano la pace.
Nel primo affresco Francesco ristabilisce la pace in Arezzo.
Nel secondo eseguisce con radicale conseguenza l’incarico
di diffondere il Vangelo di Cristo, il messaggio di pace, anche
fra coloro che pongono una taglia sulla testa di ogni cristiano.
Il terzo fa risaltare come Francesco, in virtù della
sua fervida preghiera, contribuisce alla predicazione della
pace; e nell’ultimo il suo tentativo di avvicinare gli
uomini a Gesù, il Principe della pace, mediante la predicazione
e la meditazione.
P. Gherard Ruf
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| LA
NATIVITA' Abside Basilica superiore Vetrate (1255 ca; 1477;
1925-1928; 1943-1949). Vetrata di sinistra. Luce di destra.
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Descrizione della vetrata
Datazione: intorno al 1255.
Il medaglione mostra la Madonna che riposa su di un giaciglio
di teli davanti alla grotta. Sul bordo sinistro del medaglione
si svolge l’annuncio ai pastori: uno di questi in ginocchio
guarda in alto verso un cartiglio dove viene citato un passo
della promessa sulla liberazione da parte di Ciro in risposta
all’invocazione dell’umanità:«Stillate,
cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia»
(Is 45, 8). La scritta è da intendere a sua volta come
prefigurazione veterotestamentaria delle parole dell’angelo
nell’annuncio ai pastori: «Non temete, ecco, vi
annunzio una grande gioia» (Lc 2, 10) – un intreccio
di contenuti vetero - e neotestamentari nella luce con gli antipi
del Nuovo Testamento che sicuramente non saranno stati presenti
nel medaglione originale.
P. Gherard Ruf
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| LA NATIVITÀ (1313 ca)
Bottega di Giotto ("Parente di Giotto")
Transetto settentrionale Basilica inferiore
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Descrizione dell’affresco
Sotto l’ampio volume della tettoia, che colpisce per la
limpidezza spaziale, trovano agio la bella Vergine Madre di
Dio legata dalla gotica bordatura in oro del manto, la mangiatoia,
animali e due intere schiere angeliche sospese a mezz’aria.
A destra, i pastori ricevono l’annuncio della nascita
del Bambino Gesù.
A sinistra S. Giuseppe, seduto, medita sul mistero di questa
nascita che non rientra nelle leggi della generazione naturale.
Sul primo piano si svolge il bagnetto del bambino, all’occasione
colto sulla pulitura del nasino ad opera di una attempata ancella.
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| ADORAZIONE DEI MAGI (1313 ca)
Bottega di Giotto ("Parente di Giotto")
Transetto settentrionale Basilica inferiore
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Descrizione dell’affresco
La visita dei Magi è descritta come un cerimoniale di
corte. Si sottrae alla vista la capanna per essere sostituita
da un decorato edificio. L’”anziano” san Giuseppe
si sottrae all’avvenimento per lasciar spazio a due splendenti
angeli. I due Magi elegantissimi che aspettano il proprio turno
sono seguiti dagli scudieri la cui fisionomia ricercata allude
al tipo orientale, e con non minore preziosismo della materia
pittorica si spendono i particolari narrativi sugli garzoni
di stalla alle prese coi cammelli. L’adorazione del re
è vissuto con trepido affetto nel bacio dei piedini di
Cristo, mentre il Bambino accarezza i morbidi cappelli dell’anziano
viaggiatore.
Confronto col testo biblico
«Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del
re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano:
«Dov’è il re dei Giudei che è nato?
Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo».
All’udire queste parole, il re Erode restò turbato
e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti
e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo
in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme
di Giudea, perché così è scritto per mezzo
del profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con
esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li
inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi
accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato,
fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che
avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse
e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.
Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati
nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi
lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in
dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare
da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese»
(Mt 2, 1-12).
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